Se vi chiedessero di camminare simulando un’andatura zoppicante, potreste pensare che si tratta di una strana richiesta, ma non avreste dubbi sul fatto di essere capaci di farlo. D’ d’altra parte, se vi chiedessero di far circolare più sangue in un orecchio piuttosto che nell’altro, pensereste che la richiesta è ancora più strana, e la considerereste fisicamente impossibile da fare. E infatti risaputo che si ha il controllo volontario su molte attività, come camminare, pensare e parlare, ma il funzionamento degli organi interni – cuore, fegato, stomaco, reni e così via – sono al di fuori del nostro controllo cosciente. Esistono però interessanti esempi di controllo volontario su risposte apparentemente “involontarie” che hanno permesso lo sviluppo e la diffusione della tecnica del
“Biofeedback” che si può definire un insieme di procedure terapeutiche che:
- utilizzano una strumentazione elettronica...
- per misurare, convertire, e reinviare, all’individuo e al terapeuta...
- informazioni con caratteristiche educazionali e rinforzanti.
- circa l’attività neuromuscolare e autonoma, sia normale che anormale..
- sotto forma di segnali visivi o acustici…
- con l’obiettivo di aiutare l’individuo a sviluppare maggiore consapevolezza e a modificare volontariamente quei processi psicofisiologici altrimenti involontari o non percepibili…
- attraverso il controllo del segnale esterno…
- e con l’utilizzo di pensieri, sensazioni e altre modalità per prevenire, eliminare o ridurre la sintomatologia.
Il biofeedback trova la sua validità ecologica nel ruolo centrale giocato dall’individuo stesso e apre frontiere di indagine in vari campi della psicologia moderna.